E così, dopo le feste, che come sappiamo L’Epifania si porta via, abbiamo ripreso il nostro cammino, siamo tornati in classe, ci siamo rivisti, riposati e sereni (finché dura)
I docenti un po’ assonnati ma sorridenti, i bambini con una immensa nostalgia del loro lettino, e Luca, che sembra non essersi mai mosso da lì, vigilando.
Uno si scambia le notizie sui giorni passati, sui viaggi, sulle cene, sulle sciate per i più fortunati. Ma l’invito del Ministero di iniziare la scuola con un minuto di silenzio attutisce l’entusiasmo, rallenta le parole, rende il cuore più pesante e ci lascia con un punto di domanda e di rabbia (esistono i punti di rabbia?) che non trova risposte.
Il silenzio l’abbiamo fatto, chi ne è stato capace lo ha trasformato in preghiera per le famiglie dei ragazzi morti o feriti. Sull’assurdo passaggio dalla festa al lutto, dall’allegria alle lacrime, dall’inizio alla fine, nessuno può dire granché. Bene il silenzio. E la supplica.
E poi, dopo il silenzio, si riprende. Comprendere no, quello non si riesce.
O forse sì, se per com-prendere intendiamo prendiamo insieme la paura e la grazia, le urla e il sussurro, la morte e la vita, così piene di mistero e di promesse non mantenute. Di fronte allo sconcerto di certe notizie prendiamo tutto, specialmente il carico di dolore, insieme ai genitori, agli amici, ai ragazzi di Crans Montana e trasformiamolo in silenzio. O in parole di purissima speranza come quelle che la mamma di uno di questi nostri figli, Giovanni Tamburi, 16 anni di Bologna, ha detto oggi dopo il funerale del ragazzo:
“Qui c’è il suo corpo, ma qui non c’è mio figlio. Portate amore e sorridete, come facevamo insieme io e Giovanni . Lui amava la neve e ieri ha nevicato. E oggi è uscito il sole. Per me Giovanni non è morto, è un angelo e il Signore gli ha voluto risparmiare i dolori della vita”
E qualcuno a questo punto potrebbe chiedere: e dove è la bella notizia?
La metto qui, in questo articolo attraversato dalla tristezza, come siamo noi quando sentiamo di certi fatti insensati (non che fare una guerra per la Groenlandia o rapire un legittimo presidente di una nazione non nostra siano cose che ci rassicurano sulla sensatezza di questo mondo…)
La bella notizia è che i vostri figli oggi sono tornati a scuola, che fratel Massimo si è dimenticato di far suonare la campanella e sono entrati tutti in ritardo, che gli alunni di quinta hanno costruito degli oggetti scientifici che sono meravigliosi, che i professori oggi sorridevano tutti, che il buco nel cortile è stato riempito.
E che alle 12.20 di domenica 28 dicembre, proprio all’ora in cui ci si siede a tavola e si sta insieme, é nato Massimo, il figlio della maestra Arevik. Benvenuto Massimo, che la strada ti sia lieve e tu possa com-prendere tutto, per prima cosa le bellezze dell’essere venuto alla luce, e poi anche i momenti bui, come quelli che stiamo attraversando ora. Faremo il possibile, per quel che ne siamo capaci, che le bellezze siano di più.

Benvenuto, piccolo Massimo, e auguri a tua mamma Arevik!



